Da questo link si ottiene il testo integrale della sentenza n. 22871/2015 con cui la terza sezione della S.C. ha affermato il principio secondo cui la firma digitale consente sia di individuare l’autore del provvedimento sia, pur non essendo autografa, di ritenere perfezionato l’atto processuale, determinando l’esistenza della sentenza come provvedimento del Giudice.

La Corte muove dalla considerazione che l’equiparazione della firma digitale alla firma autografa, ai fini della validità della sentenza, è possibile per via legislativa,  malgrado il legislatore non sia intervenuto ad adeguare direttamente l’art. 132, comma secondo, n. 5 cod. proc. civ., “così come peraltro non è intervenuto a prevedere, modificando le relative disposizioni del codice di rito, che il requisito della forma scritta dei provvedimenti del giudice di cui agli artt. 131 e seg. cod. proc. civ. sia soddisfatto qualora si tratti di documento informatico, il cui contenuto originale è redigibile ed  attingibile soltanto per il tramite della fruizione di programmi software“.

Malgrado qualche passaggio motivazionale fin troppo “leggero” (“L’apposizione della firma digitale ad opera del giudice è desumibile grazie alla coccarda ed alla stringa grafica che compaiono su ciascuna delle pagine del file di copia della sentenza“), la S.C. afferma a chiare lettere che “la sentenza redatta in formato elettronico dal giudice e da questi sottoscritta con firma digitale ai sensi dell’art. 15 del D.M. 21 febbraio 2011 n. 44, non è affetta da nullità per mancanza di sottoscrizione, sia perché sono garantite l’identificabilità dell’autore, l’integrità del documento e l’immodificabilità del provvedimento (se non dal suo autore), sia perché la firma digitale è equiparata, quanto agli effetti, alla sottoscrizione autografa in forza dei principi contenuti nel decreto legislativo 7 marzo 2005 n. 82 e succ. mod., applicabili anche al processo civile, per quanto disposto dall’art. 4 del d.l. 29 dicembre 2009 n. 193, convertito nella legge 22 febbraio 2010 n. 24” .