D: Salve, mi è stato notificato un atto a mezzo pec e nella dichiarazione di conformità è stata inserita l’impronta dell’atto.
Solo che da una verifica della corrispondenza questa impronta non corrisponde alla copia inoltratami a mezzo pec.
La mia domanda è questa:
La notifica è nulla?  Mi potreste dare dei riferimenti anche normativi dal momento che si tratta di un atto di citazione in appello i cui termini per la proposizione sarebbero scaduti tra 5 giorni.
Grazie

R: E’ mia opinione personale (piuttosto largamente condivisa: cfr. tra i tanti Maurizio Reale) che le regole tecniche che governano il c.d. processo civile telematico si pongano, rispetto alle regole tecniche sui documenti (dpcm 13.11.2014) in rapporto di specialità, di tal che queste ultime sono destinate ad un’applicazione residuale, nei soli casi non disciplinati dalle prime.  Ho trattato più diffusamente l’argomento in un articolo su questo blog del 4/2/2014, al quale per brevità rinvio.

Venendo in particolare alle notifiche ex art. 3 bis L. 53/94, le regole tecniche sono dettate dal DM 44/2011, e segnatamente dall’art. 18. Qui al comma 4 si prevede che “L’avvocato che estrae copia informatica per immagine dell’atto formato su supporto analogico, compie l’asseverazione prevista dall’articolo 22, comma 2, del codice dell’amministrazione digitale, inserendo la dichiarazione di conformita’ all’originale nella relazione di notificazione, a norma dell’articolo 3-bis, comma 5, della legge 21 gennaio 1994, n. 53“.

Prima considerazione: la regola tecnica esiste e non v’è ragione di applicarne un’altra.

Seconda considerazione: nessun cenno v’è all’impronta hash del documento di cui viene attestata la conformità.

In altri termini, per la regola tecnica sopra ricordata, è sufficiente che i due documenti (l’atto-copia digitale e l’attestazione contenuta nella relata di notifica siano a loro volta contenuti nella medesima busta della notifica p.e.c. affinché possano ritenersi “legati”. E. a ben vedere, il criterio è il medesimo adoperato per “legare” tra essi la procura ad litem (necessariamente formata su atto separato in ambito pct) ex art. 18, comma 5, del medesimo DM 44/2011: “La procura alle liti si considera apposta in calce all’atto cui si riferisce quando e’ rilasciata su documento informatico separato allegato al messaggio di posta elettronica certificata mediante il quale l’atto e’ notificato“.

Tutto questo ha invero un senso anche alla luce del dpcm 13.11.2014. Basterà infatti leggere l’art. 3, comma 4, lett. c) del citato, che disciplina il documento digitale immodificabile, per rendersene conto:

Nel caso di documento informatico formato ai sensi del comma 1, lettera a), le caratteristiche di immodificabilita‘ e di integrita‘ sono determinate da una o piu’ delle seguenti operazioni:      a) la sottoscrizione con firma digitale ovvero con firma elettronica qualificata;  b) l’apposizione di una validazione temporale;    c) il trasferimento a soggetti terzi con posta elettronica certificata con ricevuta completa…“.

Se, dunque, l’essere due documenti contenuti nel medesimo messaggio pec con ricevuta completa ne garantisce l’integrità, e se a sua volta il messaggio pec è garantito integro dalla firma digitale che su di esso appone il gestore  ex art. 9 dpr 68/2005, non v’è alcuna ragione plausibile perché i due documenti (atto attestato conforme e relata contenente l’attestazione) siano “legati” tra essi da un ulteriore legame qual è l’impronta.

Come ha infatti magistralmente chiarito Claudio De Stasio in un articolo sul suo blog, l’impronta – nelle intenzioni della previsione tecnica – funge da “spillatura virtuale” tra due documenti digitali, al fine di legarli tra essi: ma se i documenti sono, come si è visto, già legati tra essi mediante lo stesso messaggio p.e.c., l’utilizzo dell’impronta appare francamente ultroneo.

Fatta questa premessa, c’è da chiedersi quali siano le conseguenze dell’indicazione di un’impronta non corrispondente a quella effettiva di un file notificato: ebbene, a mio modo di vedere, non v’è alcuna conseguenza in punto di (in)validità della notifica. Non è infatti violata alcuna delle norme ex L. 53/94 e la riconducibilità dell’attestazione al documento notificato è garantita dal legame  costituito busta pec.: in tale ottica, l’erronea indicazione dell’impronta (o l’erroneità del relativo calcolo, o del procedimento per il calcolo, quest’ultimo magari determinato dall’inversione dell’ordine delle operazioni, che deve contemplare prima la firma del documento e poi il calcolo della relativa impronta) vitiatur sed non vitiat, potendosi ricondurre nell’alveo dell’errore materiale riconoscibile.

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