D: Da un post del 12 settembre leggo che è consigliabile scaricare l’atto da notificare (nel mio caso una sentenza) dal “Polisweb”. Poi devo attestare, in base alla norma, che questo “contenga la stessa sequenza di bit del documento informatico di origine”. Nel mio caso ho provveduto a scarica la sentenza, sempre in formato .pdf non firmato,
– dal sito pst.giustizia.it,
– a mezzo software “Consolle dell’avvocato” (programma diffuso dalle ns. parte e in qualche modo ufficiale, visto che viene prodotto da chi ha sviluppato la “Consolle del Magistrato e del Cancelliere”)
– attraverso il PDA messo a disposizione dal ns. Consiglio dell’Ordine
e, per concludere, quelli provenienti
– dal software gestionale in uso presso il mio studio
– scompattando il file .zip ricevuto via PEC dalla cancellerie.
Con stupore ho visto che i 5 file hanno tutti dimensione diversa (con un minimo di 435.554 e un massimo di 435.568 byte). Implicito che non possono rappresentare la medesima “sequenza di bit” che dovrei attestare.
Se poi, sempre sul sito pst.giustizia.it guardo i “Documenti del fascicolo” vedo la medesima sentenza per qualche ragione altre tre(!) volte (oltre la prima citata sopra) che hanno – tutte e tre – dimensioni ancora diverse (sempre di tre byte all’interno del range sopra citato).
Tutti gli otto file si possono aprire senza problemi in Acrobat Reader, a vista risultano identici e anche le proprietà di Acrobat indicano le stesse informazioni.
A titolo di informazione aggiuntiva ho provato sia a scaricare i file direttamente che aprirgli all’interno del browser per poi eseguire un “salva copia” – questo non portava a differenze della dimensione.
Quale file è quello “giusto”?
Il tutto con Windows 8.1 64 bit, Mozilla Firefox aggiornato, Outlook 2013 (per il solo messaggio di PEC), firma digitale della Giuffrè.
Grazie e complimenti per il blog!

R: Nel post al quale hai fatto riferimento, in realtà, non dicevo che  devi attestare che i due files hanno la setssa sequenza di bit. Dicevo in realtà qualcosa di parzialmente diverso. E’ infatti testualmente scritto che “l’art. 52 contiene il seguente inciso: “Il duplicato informatico di un documento informatico deve essere prodotto mediante processi e strumenti che assicurino che il documento informatico ottenuto sullo stesso sistema di memorizzazione o su un sistema diverso contenga la stessa sequenza di bit del documento informatico di origine”: intanto, la norma introduce di punto in bianco – nel mentre discetta di “copie” e di “originali” – il concetto di “duplicato”, che è sì più appropriato quando si parla di file informatici (e ciò detto pur con le riserve del caso, considerata l’assenza allo stato delle regole tecniche di cui all’art. 71 del CAD), ma che non si addice (sempre) ai files scaricati da PST. Questi, infatti, all’esito del download, perdono la firma del Giudice e/o del Cancelliere e, quindi, non sono affatto duplicati ma, appunto, copie.

Ciò vuol dire che il Legislatore ha scritto male il concetto a cui stava (secondo me) pensando, vale a dire (schematicamente):

1) L’Avvocato o l’Ausiliario del Giudice possono scaricare i provvedimenti da pst ed adoperarli come copie di un originale;

2) L’atto che si trova nel fascicolo informatico, anche se frutto della scansione di un originale cartaceo, si considera “originale” (perché diversamente non sarebbe possibile attestare la conformità ad esso della “copia” scaricata)

3) Ai fini dell’attestazione di conformità, il file dell’atto o del provvedimenti devono essere adoperati così come sono, ovvero con la”stessa sequenza di bit del documento informatico di origine“, nel senso che, per esempio, non è consentito  attestare la conformità di un atto digitale a quello presente nel fascicolo informatico se la digitalizzazione sia stata, in ipotesi, realizzata mediante stampa dell’atto scaricato e successiva sua scannerizzazione“>.

In altri termini, la definizione adoperata dal Legislatore relativa alla “sequenza di bit” va probabilmente riferita non all’identità tra il file che si trova nei registri informatici e quello oggetto del download, quanto al fatto che il file allegato alla notifica deve essere necessariamente identico a quello ottenuto dallo scaricamento, con la stessa “sequenza di bit”. Non si può parlare di duplicato dei files contenuti nei registri informatici se non a condizione che il sistema consenta (ed al momento ciò non accade) lo scaricamento dei documenti FIRMATI, in maniera tale che la firma stessa sia garanzia della identità della “sequenza di bit”.

Ciò detto, hai ragione quando rilevi che le dimensioni dei file sono diverse a seconda se lo stesso documento informatico sia scaricato da PST o ricevuto via PEC o, ancora, ottenuto via webservice (per es.: Consolle Avvocato).

Le diverse dimensioni dei files dipendono dalle diverse modalità della relativa compressione e dalla successiva decompressione del file che non seguono necessariamente gli stessi criteri: in altri termini, i due documenti sono all’apparenza identici, ma non hanno la stessa “sequenza di bit”, tant’è che se ne confronti le relative “impronte” con un programmino come HashTab, esse sono diverse.

Ecco perché la norma parlava correttamente, prima della conversione in legge, di “attestazione di conformità” e non di “duplicato informatico” ed ecco perché non ha senso parlare di “duplicati informatici allo stato dell’arte del PCT!

Alla luce di ciò, non devi preoccuparti di quanti byte compongono il file o dell’identità (Informatica) tra quello ricevuto via pec e quello scaricato da PST: è sufficiente che nell’attestazione venga dichiarata la fonte da cui è stato estratto il documento informatico (che deve essere il “registro informatico” e NON la p.e.c. ricevuta, perché la norma faculta gli Avvocati e gli Ausiliari del Giudice all’attestazione di conformità degli atti che essi abbiano provveduto ad estrarre” ) e attestare che quello scaricato è conforme a quello inviato nella notifica.